“Facce di pietra”

Con “Facce di pietra”, edito da Intra Moenia, l’architetto Gianni Vigilante approda al romanzo nel 2006.
Nella Napoli dell’affaire post-terremoto, Clara Costa Vargas, architetto dal fascino insinuante, lotta per affermarsi in un ambiente lavorativo ostile e sciovinista.
Quasi a margine, un omicidio di inspiegabile efferatezza (o forse un semplice incidente di cantiere?)Facce_di_Pietra_cover
Il tutto è immerso in un’atmosfera malsana e inquietante, che spingerà la protagonista alla deriva tra i propri fantasmi personali e le ombre che insidiano la città. In fondo quest’ultima, la città di Napoli, è la vera protagonista del romanzo. Gianni Vigilante ce ne restituisce l’anima di città-teatro, un palcoscenico di personaggi stravaganti o modesti, a volta meschini o disturbanti, ma mai incolori.
Un ruolo fondamentale è assegnato alla musica (Mozart, Lennon, Cage), che si fa viva e prepotente. Sembra agire sulla trama, ha sempre un referente materiale, fino ad incarnarsi, nella sua apparizione finale, nell’edificio sapiente e solenne dell’antico Conservatorio di San Pietro a Majella.
L’architettura del romanzo si confonde con quella di Napoli, e si popola di palazzi-attori, facce di pietra (e non per questo meno vive) della città, presentate con espressività quasi pittorica, facendo di Napoli il personaggio più completo e affascinante, quello che lascia al lettore il sapore del libro oltre l’ultima pagina.
Essa si staglia sovrana al di sopra delle meschinità e degli smarrimenti dei suoi abitanti, ha corpo e voce, anzi, voci: canta, urla, sfotte, sussurra, suggerisce torbide verità.
Napoli è in “Facce di pietra” con tutta la prepotenza del suo carattere difficile di madre-matrigna, che ora respinge i suoi figli e li schiaccia col suo corpo sensuale e incestuoso, ora li chiama a sé per giocare in strada a una conta, ora li addormenta con una favola antica, o li accarezza con un raggio di sole.

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